囍 b. CaroT.e

Credo che la foto di ieri sera segni la fine.
Ieri sera ha segnato la fine di tante cose, senza che nessuno lo notasse.
Alle cinque di stamattina quando sono tornata a casa dall’Almagià non me ne ero accorta nemmeno io, e invece.

E invece è arrivato il momento di smontar baracca e burattini, nel senso che ormai ho in mano le forbici per tagliar i fili - non so se s’intende.
Non so nemmeno se aprirò un nuovo blog nell’immediato, non so se ne avrò bisogno - in realtà potrei.

CaroT.e, vede i suoi natali in un disperato tentativo di vita nel momento in cui poco più di un anno fa ho toccato il fondo. Mi vien da sorridere pensando che la metà dei miei coetanei, qua, è sotto antidepressivi e psicofarmaci vari e a pensare a come l’ho vissuta io che da cornice, giusto sperando servisse a qualcosa, mi sono buttata su tumblr.

Signori, il blog non è servito assolutamente a niente - ne parlavo ieri notte con un amico: quando si tocca il fondo o c’hai una forza di volontà assurda e sei fottutamente cosciente di cosa devi fare, come reagire, come non abbandonarti, quando cedere e in quali dosi, oppure chiedi aiuto e speri arrivi l’aiuto giusto. Ma tant’è che un giusto mix di fatti, nel corso di questo anno mi ha riportata a galla, con alti e bassi. Alti molto alti e bassi molto bassi. E ora stop.

( http://www.youtube.com/watch?v=kWo_tQ8XEdo )

carot-e:

Casi tragici, casi disperati e casi umani.

L’abbandono che le persone portano nel sangue, tutti così tristi, tutti così sballati ed insanabili, è un quadro così esageratamente negativo che una cosa a caso solo perchè sul momento c’andava era bella.

Attacchi di panico, frustrazione, disagio, piolle, insonnia, tentativi di suicidio mancati, instabilità, droghe, inadeguatezza, esclusione, elettronica, depressione, fumare, cosa fare, piccolezza.

Poi il cuore batteva all’impazzata, poi no.

Rocca, tira il vento, sono con amici ed è bellissimo.

Rocca, tira il vento, sono con amici ed è bellissimo.

Sto rivalutando questo posto, forse

Tags: forlicity

Sono andata con Enri a bruciare le Cose Sbagliate.

Se bastasse il filo di Arianna

«Chi trova un amico trova un tesoro» proferisce un noto proverbio che, pur trovando origine nella cultura popolare, rende in modo ben chiaro le caratteristiche fondamentali dell’amicizia. Questo legame, per certuni simile all’amore, per altri molto più potente dell’amore, prima ancora di svilupparsi come affinità di sentimenti, schiettezza, disinteresse e stima reciproca, è fondamentalmente ricerca di qualcosa, o di qualcuno.

Nella concezione più generale di amicizia, si tende ad identificare questo legame con il presupposto del divertimento. Amicizia diventa così sincretismo di affetto, armonia, affiatamento ed intesa all’interno di un gruppo. «Guido, i’ vorrei che tu e Lapo ed io / fossimo presi per incantamento / e messi in un vasel, ch’ad ogni vento / per mare andasse al voler vostro e mio; / sì che fortuna od altro tempo rio / non ci potesse dare impedimento, / anzi, vivendo sempre in un talento, / di stare insieme crescesse ’l disio.» (D. Alighieri, Le Rime), dice Dante la cui concezione di amicizia rispecchia esattamente quella appena descritta. Per Dante, l’amicizia è presupposto imprescindibile dalla poesia, come ben si evince dallo stilnovismo. Egli aderisce a un’idea secondo cui questo legame, pur restando qualcosa di molto privato, viene condiviso tra più persone tanto da coinvolgere anche le donne degli amici stessi. Dante trova la forza dell’amicizia nel gruppo; si tratta di un legame talmente vivo e sentito che accresce, alimentandosi della semplice gioia di condividere con i propri cari la possibilità di trascorrere e condividere dei momenti, svincolati dalla quotidianità.

Amicizia è serenità; spesso però questo stato d’animo nasce da una forma di consolazione e condivisione di esperienze dolorose. È una situazione di questo genere che instaura il legame che intercorre tra due figure come Ungaretti e Moammed Sceab.
Entrambi privati di un’identità nazionale a causa delle loro vicende personali, vivono la desolazione ed il senso di smarrimento dovuti al continuo sentirsi lontani ed isolati dal contesto in cui si trovano. A questa condizione rispondono in maniera diversa: «
Si chiamava / Moammed Sceab / Discendente / di emiri di nomadi / suicida / perché non aveva più / Patria» (G. Ungaretti, In memoria da L’allegria, 1931). La loro amicizia nasce davanti a un problema condiviso e, così come la guerra unifica un popolo davanti ad un comune nemico, allo stesso modo Ungaretti trova la risposta al suo incolmato bisogno di sentirsi parte di una Nazione, nella consolazione di non essere l’unico a vivere in tale stato.

Una simile concezione di amicizia si riscontra nella letteratura di Età Flavia. Marziale, noto autore di epigrammi, si lamenta della sua condizione di cliens con l’amico Giovenale, ultimo scrittore di satire, con cui condivideva la pratica della salutatio mattutina, della laudatio e dell’atto di ricevere la sportula. Entrambi vivono il medesimo disagio e, Marziale, quando riesce a trovare una soluzione per porvi fine, una soluzione che non consiste nella morte a diferrenza di Moammed Sceab, bensì nel cambiare vita, non esita a comunicarlo all’amico sia per consolarlo, sia per invitarlo a fare un cambiamento conscio del beneficio ricavabile.

Nell’amicizia a volte è facile che il legame si instauri tra persone completamente diverse, se non opposte. È il caso degli inetti di Svevo, Alfonso e Zeno, con Macario e Guido. Egli interpreta l’amicizia come somma di due termini uguali solo in valore assoluto. Al di là dell’essenza più o meno sincera di questo legame che si scopre tramite un’indagine psicoanalitica, all’apparenza risulta evidente che in entrambi i casi essa trova le sue fondamenta nella conciliazione di due opposti che, se indagati secondo la teoria darwiniana dell’evoluzione, si identificano come il forte intriso di spirito vitale, ed il debole, l’inetto, colui che non sa propriamente vivere nè trovare un suo posto nella lotta per la vita. I personaggi sono pienamente consci di questa situazione, «Ad Alfonso non sfuggì la causa di quest’affetto improvviso. Lo doveva alla sua docilità e, pensò, anche alla sua piccolezza. Era tanto piccolo e insignificante, che accanto a lui Macario si trovava bene.» (I. Svevo, Una vita, 1892).

Se da un lato l’amicizia in Svevo viene vista come conciliazione di opposti, quasi come se si riprendesse la concezione che ne aveva Seneca, secondo cui tra servo e padrone poteva instaurarsi senza complicazioni nè impedimenti un tale tipo di legame; dall’altro lato la presenza di diversità si pone come spinta per migliorare se stessi. 
È il caso che si riscontra ne La luna e i falò di Pavese. «A me piace parlare con Nuto» ammette uno dei personaggi dell’opera «[…] lui che ha tre anni più di me sapeva già fischiare e suonare la chitarra, era cercato e ascoltato, ragionava coi grandi, con noi ragazzi, strizzava l’occhio alle donne. Già allora gli andavo dietro […]. Lui mi diceva come fare per essere rispettato alla Mora» (C. Pavese, La luna e i falò, 1950). Evidente è come la figura dell’amico diventi un punto di riferimento per fare un confronto, da cui trarre insegnamenti di vita e con cui non solo divertirsi, ma soprattutto crescere e/o tentare di recuperare il proprio passato.
Mentre per Ungaretti l’amicizia è diventata condizione tramite cui consolarsi, con Verga questa concezione viene indagata andando oltre. Amicizia diventa sinonimo di poter attenuare o colmare bisogni tra persone che condividono una medesima situazione svantaggiosa: sia esso il caso dei Malavoglia, sia esso il caso di Rosso Malpelo.
Amicizia diventa spendersi e sacrificarsi, nonostante la propria situazione, per migliorare la vita di qualcuno che ha bisogno. Nei Malavoglia un esempio lampante è quello della Nunziata; nella novella di Vita dei Campi un altro esempio è quello di Rosso Malpelo che «sembrava aver preso a proteggere un povero ragazzetto» (G. Verga, Rosso Malpelo da Vita dei Campi, 1880), e che dava a Ranocchio quelle attenzioni che lui non aveva mai ricevuto.

Amicizia è saper addomesticare, cosa «che vuol dire creare dei legami» (A. de Saint Euxpery, Il piccolo principe, 1943), è passare da una condizione priva di necessità in cui si è in armonia con l’ambiente, ad una di illuminazione, ove è l’ambiente circostante ad essere in armonia con noi creando una corrispondenza di richiami e di immagini con la nostra mente.
Da un piano che sino ad ora è rimasto piuttosto concreto e materiale, il sentimento che nasce e scaturisce da questo legame si innalza: la gioia data dall’amicizia è data dall’amicizia in sè, come sopra intesa, tanto che persino una volpe diventa in grado di provare questo legame ammettendo: «I campi di grano non mi ricordano nulla […], ma tu hai i capelli color dell’oro […] il grano che è dorato mi farà pensare a te» (A. de Saint Euxpery, Il piccolo principe, 1943).

A Cicerone il tema dell’amicizia è tanto caro da dedicargli un’intera opera in cui egli afferma che «La vita non è vita senza amicizia» (Cicerone, De Amicitia). L’amicizia dunque viene nuovamente considerata come un mezzo che permette di oltrepassare l’essenza apparente delle cose. Per Cicerone questo legame è come la vista della luce del sole per gli occhi di un cieco: qualcosa per cui si prova un immenso desiderio e nel contempo qualcosa che modifica la nostra visione delle cose. Come ha affermato Archita di Taranto, contemporaneo di Platone, e come afferma Alexander Supertramp alias Christopher McCandless nel romanzo Into the wild «La felicità è vera solo se condivisa» (J. Krakauer, Into the wild, 1996). Ecco il ruolo dell’amico: creare quella condizione in cui si possa vivere appieno e senza egoismi ogni situazione, trovando sempre un sostegno nel momento del bisogno e riuscendo così a godere ogni momento della vita.
Con Cicerone, quasi come percorrendo una struttura ad anello, ritorniamo alla concezione dantesca di amicizia, legame che, come abbiamo visto fino ad ora, può essere indagato sotto i più svariati aspetti. 

Ci sono amicizie non sincere che mirano all’utile, altre apparentemente più oneste, altre ancora fini a se stesse.Ogni uomo, illustre letterato o semplice persona che sia, si trova collocato dentro ad un labirinto, la vita, di cui deve raggiungere il centro per poi uscirne.
Ma la vita non è come il labirinto del Minotauro, da cui grazie ad un gomitolo si esce vittoriosi. La vita è un percorso intricato fatto di sfide, imprevisti, sentimenti forti ed esperienze toccanti. L’amicizia dunque si raffigura come unico aiuto che si possa avere nel corso di questo lungo viaggio, durante cui si impara anche che, alla fine, come diceva il buon vecchio Cicerone, «amicitiae verae sempiternae sunt».

Oggi ho parlato con la segretaria del mio papà di questi fili da marionetta da cui non riesco a liberarmi a fine spettacolo, se non a trimestri alterni e del perché io non abbia voglia di trovare un ragazzo nonostante le cotte settimanali. Poi ho raccattato tante cose dalla casa di SanP perché: basta, ha ragione Abi, van fatte sparire e quella casa era un ricettacolo di cose che sono qualcosa di molto male, pulito con segatura di intense emozioni.

Ho deciso che alcune di queste cose, alla fine, le metterò in un sacchetto di carta, di quelli che Michele il fruttivendolo usa quando gli compro tre Pink Lady alla volta; il sacchetto finirà nella “Da Abi - oggetti da smarrire srl - since 2013” e io starò meglio fino a vivere bene.
Le altre cose me le porto dietro stasera, invece perchè ho altri piani.

Per Natale, visto che tutti chiedono e vogliono qualcosa, io chiedo e vorrei tanto poter chiedere scusa, ma alla fine non lo farò e alla fine sarò anche l’unica coll’animo infranto: perché qui, ormai, non è più questione di cuore, ma solo di tirare avanti e di tagliare i fili della marionetta a spettacolo terminato.

Tags: criticaggini

2009. Un’annata piena di sentimenti travolgenti, dicono perché fosse l’annata dei diciotto. Io allora devo aver avuto diciott’anni per diversi anni, compiuti pure con alcuni mesi di anticipo.

Comunque oggi ero infastidita per aver trovato quelle foto che proprio no, e pensare che ieri non mi avevan toccata nemmeno nel più superficiale dei modi. Eppure erano la sola ed unica immortalità che avremmo mai potuto e voluto condividere. E allora ho deciso che avevo voglia di leggere qualcosa che non erano i miei ricordi e mi son rivolta a Nobokov.

Mi manca la parte umanistica degli studi. Amavo la letteratura italiana sebbene non sarei mai andata a fare lettere, il latino e la letteratura latina, cesare così facile che ancora me lo ricordo, amavo anche i poeti e gli scrittori stranieri, che poi per me erano al pari di tanti compositori, gruppi moderni, musiche, canzoni e sterili suoni senza voce, amavo le loro storie, di tutti loro, le storie degli scrittori, dei loro personaggi, dei poeti, le loro vite ingarbugliate, la loro espressione, la loro arte: erano tutti degli enigmi da risolvere, parlavano in codice come me e a me manca da morire tutto questo sviscerarli.